I fermentati: l’altro colore del bianco

Noi siamo curiosi. E quando arriva l’inizio dell’anno andiamo a spiare per vedere cosa potremmo predisporre per i nostri clienti: quelli di sempre e quelli di domani.

Come dici? Capodanno? No, no! A noi piace fare indagini anche a settembre. Con la ripresa delle scuole e del lavoro dopo le ferie, non è del resto un inizio d’anno nuovo con tutti i crismi anche questo?! E poi l’autunno ben si addice per fare festa nell’angolo enoteca&goloserie. Da sempre.

Insomma… Capita così che – di stagione in stagione – ampliamo le nostre vedute su liquori e liquorosi, amari e bergamotti, spumanti e champagne, rossi e rosati, verduzzi, bianchi, neri e… Wow!  ‘Arancioni’??

Già. Dunque, giorni fa, abbiamo cominciato a fare una ricerca relativa ai cosiddetti orange wine. Ne hai mai sentito parlare? Beh, ascolta qua... E non farti fuorviare dal nome in english stile: loro sono parte radicata e integrante della migliore tradizione italiana (!).

Infatti, non si tratta (solo) di vini 4.0: di prodotti figli dell’ultima generazione di viticoltori e dell’ultima moda, punto e basta. No! Al contrario, si tratta di vini dalle origini che si perdono indietro nel tempo almeno di mille anni. Ma che, certo, sanno conquistare anche i palati più moderni…

Il loro è un processo produttivo che nasce dalle uve bianche e dalla lenta macerazione delle bucce nel mosto e poi nel vino. Insomma una vinificazione giusta per i rossi, in questo caso – però – presa in prestito per trasformare acini più chiari.

Proprio perché si fa questo particolare uso delle bucce, gli orange wine sono in genere prodotti con uve che vengono da agricoltura biologica o biodinamica. Quindi, una buona garanzia di salute e qualità (!).

Grazie a questo procedimento, le bucce dell’uva cedono le sostanze in esse contenute rendendo il vino notevolmente più sfumato.

Sì, sono proprio le bucce a regalare agli orange wine profumi e pigmenti, cui si devono il tipico colore aranciato e le incredibili sfaccettature aromatiche. Inebrianti sia al gusto che all’olfatto.

Ecco, queste bottiglie così sorprendentemente particolari fino a poco tempo fa si pensavano perse (o al più rintanate in qualche angolo dimenticato della tradizione contadina). Poi, però, è successo che qualcuno – in particolare in Friuli Venezia Giulia, Emilia, Veneto e Liguria – le ha riscoperte e ha dato loro una nuova vita.

Dunque, i vini bianchi macerati (orange wine, appunto) stanno tornando alla grande sulle tavole di tutta Europa (e anche più in là!). E a noi piace di loro questa capacità di ripresentarsi: di sorpassare il tempo: di essere antichi, ma – nello stesso momento – di sorprendere come la più avveniristica delle bevande.

Il risultato è un vino nutriente, che ovviamente sta molto bene con la cucina locale tipica, dalle zuppe alla parmigiana; ma che – come spesso accade – può rivelarsi un ottimo compagno anche per pietanze esotiche e sperimentali. Insomma, se ti piacesse ‘italianizzare’ una cenetta giapponese…

Ci stanno molto bene pure i pesci e tutte le carni bianche (te ne ricorderai a Pasqua con l’agnello o il capretto?). L’importante è – in ogni caso – servire i bianchi macerati alla temperatura giusta, cioè intorno ai 15°. Stappando la bottiglia qualche minuto prima di portarla a tavola.

Tieni inoltre conto che gli orange wine sono vini adatti a invecchiamenti medio/lunghi, soprattutto se nati da macerazioni più prolungate.

Questo è quanto possiamo dirti, per ora degli orange wine. Pronti a selezionarne qualcuno proprio per te. Per portarti, magari, nell’altro colore del bianco. Direttamente dall’angolo enoteca&goloserie.

N.B. Prossimamente magari analizzeremo anche altre proposte interessanti del mercato vitivinicolo: prodotti sempre di nicchia, sani, ricchi e diversi. Perché i tuoi pasti siano meno prevedibili e i nostri scaffali più creativi. Passeggiando nel verde de La Trinità. Mentre si evolve il nostro #workinprogress 2021 tra shop e altri spazi, aperti e chiusi.

Di stagione in stagione.

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di Linea Verde Nicolini