Maria Elisa Tallachini: un’agronoma centenaria
Stiamo preparando la torta, le candeline, una lenta (ma vivace!) processione di figli e amici e nipoti per tutta la giornata. Eh, sì, perché il prossimo 22 febbraio la nostra Mamma/Nonna Maria Elisa compirà la bellezza di cento anni. Pure questa è fatta, direbbe lei.
Già, la nostra Mamma/Nonna💯 ha attraversato un secolo intero: prima tre quarti del Novecento e poi una buona fetta del Duemila. In questo tempo di pace e di guerra, e di nuovo di lunga pace e di speranze talvolta un po’ sospese, lei prima di tutto ha scelto la passione e lo studio delle piante: proprio come suo padre Giulio Tallachini, che alla bonifica di tante terre dedicò una vita di attenzione e di lavoro. In giro per l’Italia, da nord a sud e al centro.
Così, per un caso del destino, Maria Elisa nel 1926 non è nata nella Lombardia benestante dei suoi genitori, ma in un vecchio palazzo di Pedali di Marsicovetere: nel paesaggio agrario della Basilicata sempre bellissima, ma allora quanto mai arretrata, e segnata dall’isolamento e dalla miseria. Contro la malaria e la crisi demografica, arrivavano infatti lì gli agronomi ‘del nord’ come suo padre. Erano specialisti spesso pieni di voglia di fare e di aiutare non solo in superficie, bensì con grande attenzione a scoprire e capire le ragioni più profonde di quelle terre. E Giulio fu uno dei più apprezzati tra loro.
Proprio per via di tutti questi ‘pellegrinaggi’ lavorativi e di studio, Mamma/Nonna💯 ha poi vissuto su e giù per lo Stivale: a Varese e Maccarese, a Roma e Alghero, a Torino e Ferrara. Infine, il destino l’ha portata qui a Capranica. Ciò è avvenuto prima durante le vacanze estive nella casa del professor Eugenio Azimonti, poi quando si è fermata tra i Pini de La Trinità. È qui infatti che ha incontrato e sposato Pier Luigi Nicolini, mettendo su – come già sai – una famiglia-tribù piuttosto copiosa.
Ma la storia, di fronte alla luce di così tante candeline accese, è bello ricordarla lungo un filo di memorie più riflesso e più suo: perle preziose, sì, ma anche mani tese direttamente dentro la terra e le foglie. Insomma, un racconto forse meno scontato e più armonizzato con il tema naturale delle cose.
Una donna silenziosa, ma tenace e precisa
Possiamo dire, tanto per cominciare, che Maria Elisa Tallachini Nicolini è stata la prima agronoma dell’azienda. Una competenza messa a disposizione in modo spesso nascosto, ma vera e importante.
“Mi sono laureata un po’ in ritardo, ma – sai – c’era la guerra…”. Così esordisce, mentre chiacchieriamo alla luce di un abat-jour, in uno di questi lunghi pomeriggi d’inverno. La ascoltiamo felici, fidandoci della sua memoria di ferro. Poi, però, la invitiamo a rifare un po’ di conti insieme: se la tesi la discusse nel febbraio del 1950 a Torino… Se poi, per festeggiare in famiglia, fece una cena a Ferrara ed era esattamente lo stesso anno del matrimonio della sorella Mimmi… Allora…
Mah.. Eh… Allora, Mamma/Nonna💯 che sta dicendo!? Invece sì che – pure in quella occasione – era in perfetto orario (!). A quei tempi, infatti, la laurea in agraria risultava davvero bella tosta e il percorso durava sei anni. Quindi, calcolando che nell’inverno del ‘50 lei ne aveva esattamente 24, i conti tornano molto bene: sei anni tondi tondi di sacrificio e di passione, su e giù dai treni, senza paura.
Studiare la terra (quando non era scontato farlo)
Chissà, ti domanderai anche tu che ci leggi, cosa ha significato per una giovane donna – nel ‘44 e giù di lì – studiare una materia scientifica? E prendere un vagone sbuffante al volo, percorrendo addirittura un sentiero di montagna, per arrivare a lezione nella grande città minacciata dalla guerra? E – poi – studiare di notte, con grandi tazze di caffè che fumava, per restare in piedi? E quindi resistere alla (dolce) provocazione di un padre che era preoccupato di ‘verificare’ la determinazione di quella scelta? Tra passeggiate forzate in mezzo al fango e alle bestie, per vedere se davvero quello era il destino…
Maria Elisa aveva la sua dose di sogni ‘sullo scaffale alto’, come – in fondo – dovrebbero averne tutti i giovani. Ma non è mai stata una tipa predisposta a gridare al mondo i suoi progetti e le sue mete ambiziose: quando, nel tempo, con tono pacato ha cominciato a raccontarci qui desideri (avverati o no) e le sue avventure degli anni universitari non ci ha mai messo troppa enfasi. Solo poche parole, realtà dei fatti, constatazioni chirurgiche e piuttosto calzanti. Forse poi – come dice una canzone – ‘l’imbarazzo dietro al vanto’.
“Eravamo proprio poche in facoltà: tre o quattro, forse. Una minoranza di donne, un destino a tratti incerto. Ma mi sentivo particolarmente determinata nella mia scelta: avevo solo in mente di finire i miei studi, e così poi ho fatto. Quindi mi sarebbe piaciuto andare in Africa, per applicare le mie conoscenze fino in fondo e soprattutto con obiettivi di aiuto e solidarietà. Già, anche se ero una donna… Si sarebbe potuto fare, no? Pensavo ai bambini che soffrivano la fame, a come avremmo potuto alimentarli”.
D’altro canto, Mamma/Nonna💯 – come tutti quelli temprati ed educati dalla guerra – ha sempre saputo che ogni sogno va coltivato con silenziosa determinazione, moltissimo metodo, rigore e sfida; però, se poi il progetto non si avvera nei termini ipotizzati, occorre pensare che aprirà comunque un altro portone.
Ecco quindi visioni diverse che sono presto diventate più concrete per la giovane Maria Elisa. C’è un nuovo invito estivo a Capranica, sempre nella casa del professor Azimonti. Ci sono i primi incontri con Pier Luigi. Ci sono inaspettati piani, che – come quello dell’organizzazione della scuola serale di Villa Paola – si dimostrano pure carichi di emozione e dedizione per il prossimo. Perciò Maria Elisa ci sta e sposa – subito e per sempre – tutto questo.
Studiare il sovescio per un futuro migliore
La tesi di Mamma/Nonna💯, consegnata e discussa settantasei anni fa, porta con sé un messaggio che – dal nostro punto di vista – è molto più che un dettaglio.
In un mondo che ricerca nuove e antiche strade sostenibili, quello studio dettagliatissimo sulla tecnica del sovescio riesce infatti ancora a soddisfare molte domande più recenti, anche in un’ottica di potenziale concreto per una agricoltura seriamente orientata al biologico.
La forza di quello studio crediamo che, in quel momento, fosse nell’essere controcorrente: era sì dedicato a una pratica che ha radici antiche, ma in quella fase era una tecnica poco diffusa e non certo immediatamente destinata a diventare ‘di moda’. C’era, dunque, nelle pagine della tesi di Maria Elisa una carica di visione importante.
Tu sai di cosa stiamo discutendo? Ne hai già sentito parlare? Magari no… E allora proprio lei – seduta nella sua poltrona, i finissimi capelli bianchi da bambina – è già pronta a spiegartelo in poche parole.
“Il sovescio è la semina di essenze vegetali destinate non in modo diretto al raccolto, ma al nutrimento del suolo. Questi vegetali vengono sfalciati e interrati al momento giusto. Quindi, sai, si tratta di un lavoro che richiede del tempo. Se non hai pazienza e fiducia nei processi naturali, non lo puoi fare… Ma è davvero una tecnica che arricchisce la terra: tanta sostanza organica, tanto azoto. L’azoto è importante per migliorare la struttura della terra. Come posso dire… È come un mattoncino per la sintesi della clorofilla, degli enzimi, delle proteine. Sì, anche le radici vengono molto stimolate in questo modo”.
Mamma/Nonna💯 riesce ancora ad appassionarsi a questi temi. Per questo, sorseggiando il suo thé con savoiardo rigorosamente sardo, ci pensa un po’ e aggiunge…
“Il sovescio è utile anche per limitare l’erosione del suolo. Lo dovrebbero sapere quelli che oggi devono affrontare tutte queste alluvioni che vedo alla televisione… Che disastri! Non si fa più la manutenzione di una volta…”.
Già… Un po’ di sconforto guardando il mondo dall’oblò di un centenario forse ci sta. Ma Maria Elisa non vede solo questo, per fortuna. Come tanti anni fa, riesce nonostante la fatica a cogliere – magari non utilizzando proprio i vocaboli in uso oggi, ma con lo stesso senso profondo – la bellezza dell’attenzione alla biodiversità più invisibile e alla sostenibilità.
Vedi? In un’epoca in cui l’agricoltura cominciava troppo spesso a cercare risposte rapide e soluzioni esterne, scegliere di studiare il sovescio significava credere che la fertilità non s’impone, ma si costruisce. Oggi la chiameremmo agricoltura sostenibile; allora era semplicemente agronomia fatta come si deve. E questa scelta racconta molto della predisposizione umana e professionale di Maria Elisa: rigorosa, paziente, profondamente rispettosa della natura e con un senso di responsabilità altissimo.
A noi, poi, tutto questo ci ricorda che alcune intuizioni non invecchiano mai. Aspettano solo che il tempo e le generazioni siano pronti a raccoglierle di nuovo.
L’agronomia del Novecento: tra tradizione e scienza
Se vuoi capire qualcosa di più della formazione familiare, umana e culturale di Maria Elisa Tallachini Nicolini ti invitiamo a ri-leggere il contributo del nostro blog dedicato al professor Eugenio Azimonti. Di lì potrai discendere alla rete che ha di recente realizzato una serie di belle conferenze sul tema e all’autore del libro “Un tramonto di primavera”, sempre dedicato a questa importante figura del Novecento agrario italiano. Figura strettamente connessa con la vita di Mamma/Nonna💯.
Ci piacerà poi tornare ancora – tra una generazione e l’altra – sulle trasformazioni agricole, l’evoluzione delle tecniche, il passaggio da saperi empirici a saperi scientifici, il dialogo continuo tra campagna e studio. Avendo Maria Elisa (e gli altri) come testimone sempre viva di queste crescite.
L’azienda festeggia: presenza, visione, continuità
Ti raccontavamo prima che Maria Elisa Tallachini è stata più ‘accanto’ che non ‘al centro’ dell’azienda. Certo, però, il suo ruolo di osservatrice preparata e sensibile ha saputo farlo. E per questo è diventata in ogni modo una figura di riferimento, in particolare per Papà/Nonno Pier Luigi (che invece era laureato in legge) e poi per il primogenito Corrado Francesco. Quindi, via via, per tutti.
Come vedi, dunque, le generazioni continuano a parlarsi. E le scelte – seppur con qualche deviazione o novità di percorso – si sedimentano nel tempo, rigenerando l’identità familiare e aziendale. Un po’ come il buon vecchio sovescio.
Trasmettere, d’altronde, non è tanto stratificare: si rischierebbe di perdere qualcosa in una profondità nascosta e non più rintracciabile. Si tratta, invece, di smuovere e ribaltare e mischiare di nuovo. Shakerando insegnamenti (ma senza fare lezioni pedanti). Influenzando il presente con zolle di passato (ma senza imposizioni). Lasciando strumenti più che risposte.
Dunque si festeggia tutto questo, nel nuovo febbraio che ci aspetta. Una studiosa (e una moglie e una madre) che continua a sapersi fare radice per il futuro. La gratitudine di tutti noi è semplice e complessa al tempo stesso: è il sentimento che si prova per chi ci ha reso possibile capire il nostro passato e immaginare il nostro futuro. Tanti auguri Mamma/Nonna💯.