Attraversare la Tappa 42 della via Francigena: nuove prospettive
Ne abbiamo già raccontato la quiete, la storia… Oggi, invece, attraversiamo la Francigena con occhi diversi: quelli di chi la percorre, la vive, la custodisce.
Con l’avvento della stagione del freddo, hibernum (secondo il folklore il nome inverno deriverebbe da Averno – cioè il regno dell’Ade – e si tratterebbe di una variazione della parola Avernus che deriva dal greco άορνος, cioè senza uccelli) il panorama della via Francigena sui Monti Cimini muta rapidamente, radicalmente. I colori, i suoni del bosco, i canti degli uccelli, il suono distante delle attività umane a valle. Tutto induce ad apprezzare le qualità che hanno reso sin dal Medioevo queste alture dell’Italia centrale un luogo di riferimento ideale per la meditazione, l’ascesi, l’eremitaggio. La Faggeta in particolare, designata non molti anni fa come Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, assume un ruolo da protagonista assoluta.
Chi si accinga a percorrere la strada Francigena nella sua variante Cimina, fino a Capranica, attraverserà i centri abitati di Vetralla e Cura transitando dinanzi ai molti luoghi di presidio del territorio silvestre, che nei secoli sono stati fondati da diversi ordini religiosi: il Convento delle Suore Benedettine, subito fuori Vetralla, lungo la strada che inizia a salire, scendendo da nord a sud, verso il Monte Fogliano; il Convento di Sant’Angelo; l’Eremo di S. Girolamo…
Immaginando l’esperienza di un pellegrino fino al diciannovesimo secolo, quando questo territorio era ancora Patrimonio di S. Pietro, si riesce a ricostruire quanto ciascuno di questi luoghi dovesse costituire lungo il cammino un avvistamento portatore di grande conforto ed incoraggiamento a proseguire, accantonando per una sera i timori di incontri indesiderati, di aggressioni, di incidenti dovuti al buio e al freddo.
Ma un pellegrino del 21° secolo forse è alla ricerca proprio di questi incerti eventi per ravvivare il suo desiderio di riconoscere la propria motivazione, la propria intima voglia di attraversare l’inverno…
E tutto con l’approssimarsi dell’inverno concorre a ricreare queste sensazioni, pur domestiche, ma forti, rigeneranti.
Il Convento delle Suore Benedettine
Il primo dei luoghi del silenzio e del romitaggio che incontriamo lungo il cammino è il Convento delle Suore Benedettine (Monastero Casa di accoglienza Regina Pacis, Vetralla).
Un racconto particolare: camminando da Vetralla a Capranica
Il baretto dei cacciatori
Questo passaggio restituisce un’esperienza di cammino così come si è presentata: un racconto, non una cronaca. Entraci insieme a noi: come una mattina d’inverno, in un bar.
Alle falde del Monte Fogliano, nel Viterbese, sulla strada che conduce a Sant’Angelo, c’è un popolo strano, fatto di artisti solitari in cerca di ispirazione, di cacciatori, raccoglitori di funghi e pellegrini erranti fuori dalla via segnata. Stefania accoglie tutti con un sorriso quieto e mai esagerato.
Stefania è sempre dietro il bancone e non la puoi guardare negli occhi da quando hanno montato il filtro in plexiglass contro la diffusione del virus. Il plexiglass di per sé ti lascerebbe vedere Stefania, o almeno ‘la parte permessa’ di Stefania. Ma il plexiglass si deve reggere su qualcosa e allora lo hanno montato che si regge appeso ad una robusta tavola di legno, casomai qualcuno avesse qualche strana fantasia di sbraitare e scagliarsi contro questo divisorio che fu fatto in ottemperanza al decreto Covid del 22.4.2022. O almeno cercando di interpretare al meglio quelle misure che miravano a ridurre la trasmissione del virus nei luoghi di grande transito e frequenza.
Il bar di Stefania non è propriamente un luogo di grande traffico umano. Ma forse la norma non chiariva bene questo punto. E una volta montata la barra di protezione in plexiglass fa comodo per tante cose. Quando ad esempio Francesco Il Pittore, dopo qualche ‘biretta’ offerta o comprata a credito, cerca di spiegare in maniera più profonda, a voce alta e ben intelligibile, quali torti abbia subito dal cognato, e quando Stefania arretra dietro al plexiglass, allora si può capire ad esempio perché il plexiglass anti-Covid sta bene lì ed è meglio lasciarlo, qualunque sia il messaggio dei bollettini dell’avanzata epidemica, qualunque sia la minaccia: virus, emergenza climatica, invasione delle specie aliene, cimici asiatiche o cinghiali ungheresi.
Perché il bar dei cacciatori è un bar di frontiera, un avamposto della civiltà occidentale. E come tale è esposto alle forze che premono e minacciano. Stefania è cosciente di avere una missione. Rifocillare all’ultimo avamposto chi parte per andare di là, per oltrepassare la frontiera. Rincuorare chi rientra dal selvaggio e tira un respiro di sollievo prima di essere riammesso nell’agone civile.
Stefania capisce se sei lì per salpare verso la selva o se sei lì solo per vedere dove tira il vento. A Stefania piace parlarti discretamente dell’ultimo avvistamento di cinghiali, dei risultati dell’ultima battuta di caccia o dell’avvistamento della famigliola di lupi. Lei è discretamente pronta a mediare tra le differenti anime dei suoi avventori. Comprende in anticipo dove potrebbero sorgere incomprensioni, equivoci, potenziali conflitti. E molto discretamente osserva.
Dopotutto, gli avventori sono mediamente tutti armati. D’accordo, è una doppietta quella che hanno sul pick-up Toyota, non un fucile a pompa o un’arma automatica. Ma è pur sempre un’arma. E poi ci sono le armi improprie. Falci, asce, vanghe, mazzette da 12 chilogrammi; decespugliatori, motoseghe da 80 centimetri di lama, mototrapani da 120 per 15 centimetri. A ben vedere, se dovesse sorgere qualche serio dissidio, nessuno è inerme, nessuno qui è disarmato.
La ‘biretta’ o l’amaro di prima mattina poi, quello è un altro elemento di allarme. Stefania te lo serve comunque da dietro il plexiglass anti aerosol, ma a quel punto ti tiene d’occhio, ti osserva.
I motivi di dissidio poi, non che siano proprio all’ordine del giorno, stante il fatto che l’incontro di due o più avventori di per sé è un fatto raro. Però si percepiscono, sono nell’aria. L’artista incompreso dal volto sempre sorridente ma in realtà corrucciato per la scarsa considerazione di cui gode in famiglia (la madre gli preferisce il cognato imbianchino che, seppur incline alla sbronzetta settimanale, porta a casa un fisso, non troppo abbondante, ma almeno certo… “E tu che hai ricavato dall’ultima esposizione in parrocchia?” gli ha rinfacciato).
La sofferta decisione di abbandonare la casa paterna. La recriminazione sulla destinazione ereditaria della vigna dietro casa. Le lamentele per la scenata subita da parte del cognato durante la lettura delle poesie vegane/pacifiste in occasione della mostra personale alla casa del cacciatore.
E se poi ti capita di incrociare Sparafucile, il gradasso che racconta sempre di quella volta che ha incontrato la cinghialessa con cuccioli inferocita e l’ha affrontata a mani nude, con il solo coltellino da innesto?
Stefania sa che è opportuno vigilare, con discrezione e fermezza è bene vigilare.
In questo Stefania, dopo aver avuto il tempo di studiare i propri clienti, sa di poter contare su validi aiuti. Su clienti affidabili il cui mestiere e la cui postura le fanno ritenere di poter fidarsi di un potenziale aiuto-sceriffo senza stella.
Come quella volta, poco prima delle feste di Natale, quando quel bamboccione lungo lungo e grosso come due cinghialesse, si scaraventò addosso al plexiglass del bancone urlando e sbraitando contro il padre di Stefania, che gli aveva voluto dimostrare che Babbo Natale non esiste. Quella volta, anche a causa delle numerose sambuche offerte liberalmente dal guardiacaccia, il Cioni, mancò poco, pochissimo, che si arrivasse alla tragedia.
La fortuna volle che proprio nel momento più caldo della tensione, calasse dal monte il violinista ebanista con in spalla la lama nuova della sua sega circolare. Era anche lui ‘brillante’, acceso di Vov come al mattino del sabato, e non accorgendosi della tensione armata (e delle armi improprie imbracciate dai contendenti) entrò sul proscenio con gesto da commedia d’avanspettacolo provocando improvvisa ilarità e facendo sbollire in risate la tensione accumulata.
In quell’occasione Stefania fu davvero provvidenziale: mentre Valerio l’ebanista roteava la terribile lama dentata circolare sopra la testa, annunciò con voce angelica l’arrivo del vassoio di pandoro e gazzosa offerto per Natale dalla casa. Il bar dei cacciatori ancora una volta si salvava dal finire sulle pagine de La Nuova Tuscia per efferata strage causata da futili motivi.
Il Convento di S. Angelo
Lasciato alle nostre spalle il baretto di Stefania, incamminandoci sulle pendici settentrionali del Monte Fogliano, entriamo presto nella Faggeta Vetusta, patrimonio dell’Umanità e orgoglio della Tuscia. Alle nostre spalle quei frammenti di umanità di confine, dinanzi a noi l’Umanità del pellegrino.
Possiamo scegliere di salire dall’antica strada Francigena evitando la strada asfaltata che con larghi tornanti ci porta dinanzi all’ingresso frontale di S. Angelo: la strada antica, che si può imboccare seguendo le indicazioni della Francigena, svoltando a destra circa 150 metri dopo aver attraversato la ferrovia, raggiungerà il convento dall’ingresso posteriore, facendolo scorgere poco a poco tra le cime dei Faggi, dei Castagni e delle Querce.
Il bosco ha inizio per la verità con un prevalere di bellissime Querce, sopravvissute fino ai 500 metri all’ultima glaciazione. Poi troneggiano i Faggi. Fusti eroici e austeri, si lanciano in alto senza tentennamenti, fino a riempire l’aria, fino all’ultimo triangolo di cielo. Se cammini come sto facendo io, in autunno inoltrato, al confine con l’inverno, ogni passo è un concerto di fragranze (come il suono di un ostinato charleston) sotto i vostri piedi. Si entra così in un universo incantato.
Ma fino al Convento di S. Angelo la Faggeta non è ancora dominante: si alternano Querce, Castagni, Noccioli (Corylus avellana) selvatici. Il sottobosco è ancora persistente giacché dal cielo filtrano ancora raggi di sole.
L’ingresso frontale del Convento di S Angelo, riadattato alla fine degli anni ‘90 dopo la completa estinzione della vecchia siepe di Bosso, è sicuramente stato concepito per sfruttare appieno il tepore del sole per tutto il suo percorso ad occidente. Nelle giornate limpide si gode di un panorama stupendo e straordinariamente ben conservato: i Monti della Tolfa a sinistra; il mar Tirreno con il promontorio del Monte Argentario alla nostra destra.
Insomma… Di conclusione e conclusioni
Forse avrai a questo punto intuito qual è la conclusione temporanea, provvisoria, verso cui ti sto guidando. Come in ogni cammino, così nel Cammino della Francigena, come nel grande Cammin di nostra vita, il senso non è proprio nella meta, nelle conclusioni, ma nel Cammino stesso. Il senso non è nel punto d’arrivo, il senso è nella via. Come il senso di una melodia non è nelle note finali, ma nell’armonia completa delle note. E qui ti invito a riposare, giunti al primo meritato intervallo. Dissetateti, rifocillati in attesa di riprendere il nostro cammino dopo una sosta sobria ed austera. Ospiti virtuali del convento dei Passionisti di S.Angelo.