Primavera nei noccioleti della Tuscia: lavoro, paesaggio e tradizione
La stagione è cambiata (finalmente! Quanta pioggia quest’anno…). Adesso la luce è quella che ci piace tanto: più dorata, più calda… Insomma quella che è inclinata al punto giusto, in grado di stimolare – col suo perfetto equilibrio tra giorno e oscurità – tutto il vigore della natura. Anche tra le fronde dei noccioleti della Tuscia, perché no?!
Così nelle coltivazioni di Nocciòlo – da anni diventate intensive nella nostra zona, ma pur sempre molto affascinanti all’interno del paesaggio dell’Etruria meridionale – le giornate si allungano, risvegliando non solo lo sfondo del verde, ma soprattutto le attività umane.
La Trinità, il nostro grande giardino di campagna, diventa adesso un punto privilegiato di osservazione per cogliere ogni passaggio di questa stagione nella coltivazione del Corylus avellana. E qui noi possiamo raccontartene un po’.
I noccioleti della Tuscia: un paesaggio che racconta una storia
Da queste parti non ci si può fermare alla superficie: non certo parlando di Nocciòli. Perché questi alberi da frutto appartenenti alla famiglia delle Betulaceae rappresentano davvero il territorio, e ormai da molto tempo la sua stessa identità.
C’è dunque una storia profonda, dietro le diffusione di queste coltivazioni nella Tuscia. E il paesaggio agricolo, come sempre, mostra di aver costruito le sue radici in modo progressivo: all’inizio forse più lente, ma via via sorrette da strumenti sempre più veloci. Complici, comunque, l’uomo e i suoi diversi tempi.
Sappiamo, tanto per cominciare, che già Plinio e Catone conoscevano la ricchezza delle proprietà nutritive delle nocciole. Così, andando a sbirciare tra le ricerche degli archeologi e dei botanici, si scopre che la coltivazione dell’albero di Nocciòlo della Tuscia – in particolare riferendosi proprio alla provincia di Viterbo – ha probabili ‘ceppi’ molto antichi. Più fonti, infatti, parlano di epoca romana o addirittura pre-romana. Allora in particolare la pianta pare fosse diffusata proprio come sottobosco, sui Monti Cimini.
Lì il Nocciòlo fu ‘scoperto’ dagli autoctoni e trasferito – nel corso del 1400 e in particolare nella zona di Carbognano – all’interno delle primissime coltivazioni più organizzate. Facendo aumentare in modo consistente la fama dei frutti, presto apprezzati dallo stesso Papa Leone X.
Però sarà tra Ottocento e Novecento che i Nocciòli cominceranno in modo concreto a stuzzicare di più le fantasie e la voglia di applicazione pratica (non solo nella coltivazione, ma anche nella trasformazione e nella cucina).
Gli stessi fratelli Nicolini, impegnati allora in ampie bonifiche locali, ne introducono molti esemplari.
Poi, il boom degli anni ‘60: anni esplosivi anche in questo settore, in cui il viterbese si è letteralmente trasformato in una regione leader a livello nazionale proprio nella coltivazione di ottime varietà locali di Corylus avellana (qui abbiamo non solo la Tonda Romana DOP, ma anche una cultivar particolare come il Nocchione).
Oggi il polo produttivo dei Cimini – il cui dolce profilo ben si vede da La Trinità – è un’eccellenza, con migliaia di aziende, molte ancora a gestione familiare, che prosperano grazie a questa pianta da frutto. Favorite dal terreno vulcanico e dal nostro clima, dalla cura alla raccolta e alla trasformazione. Di stagione in stagione.
Primavera nei campi: quando il lavoro ricomincia davvero
Già: di stagione in stagione. Adesso ti invitiamo ad entrare appunto nella stagione dove il lavoro tra i Nocciòli si riorganizza, si fanno le prime lavorazioni, si scruta il risveglio vegetativo.
La primavera, del resto, è fase operativa per eccellenza: anche tra i filari di queste piante. Il ritmo si fa più dinamico, prevedendo l’apice di fine estate con la raccolta.
Si tratta di un movimento che imposta tutta la produzione annuale. Si parte della cura e nutrizione del suolo (concimazione, lavorazioni superficiali del terreno, monitoraggio fitosanitario) e dalla potatura, in particolare con la gestione/rimozione dei polloni. Una ‘danza’ che non è certo meno impegnativa rispetto a quella di quando poi si andrà ‘a nocchie’, tra agosto e settembre.
Cura del terreno e gestione del sottofila
Siamo tecnici e come tecnici dobbiamo esprimerci, anche se qui magari in questa categoria del nostro blog ci concediamo un approccio più da storytelling e di racconto del luogo.
Quindi, in breve, possiamo comunque dirti che anche in questa primavera tra i noccioleti intorno e dentro a La Trinità vedrai fare:
- tanta pulizia;
- lavorazioni superficiali di vario tipo;
- controllo delle infestanti.
Per arginare l’arrivo di quest’ultime, arieggiare e interrare meglio i concimi, adessp si fanno sarchiature o erpicature. Leggere, ma fondamentali per avere buoni risultati.
Tutto ciò va d’altronde di pari passo con la concimazione primaverile (marzo e aprile), quando i contadini intervengono per sostenere con la nutrizione più appropriata (concimi con minerali complessi) la ripresa vegetativa. Lo sapevi già?!
Potatura e gestione della pianta
Mah… Perché si pota il Nocciòlo? Fai bene a chiederlo. Si pota, in sostanza, per dare equilibrio tra produzione e struttura. Non è dunque un gesto solo tecnico legato alla necessità del momento, ma si tratta di una scelta che – anche in questo caso – si riflette nei mesi a venire. Quindi, non è bene metterci tempo in mezzo né sottovalutarla.
Ora… Sebbene la potatura del Nocciòlo sia soprattutto invernale, puoi continuare a tagliare e regolare anche adesso: soprattutto per eliminare rami secchi o danneggiati.
Tra le operazioni di pulizia, d’altronde, c’è pure la cosiddetta ‘spollonatura’, che consiste nella rimozioni dei rami che nascono alla base del tronco (polloni, per l’appunto). Si tratta di una delle pratiche più importanti ai fini della salute della pianta.
Un Nocciòlo che risulta ordinato, ben baciato dai raggi del sole anche all’interno della chioma e libero di indirizzare il calore verso i frutti anziché in direzione di vegetazione inutile… Una pianta così perfettamente gestita è sicuramente destinata a restare sana più a lungo e a dare maggiori soddisfazioni produttive.
Coltivare il Nocciòlo: tecnica, esperienza e attenzione continua
Non è una coltura ‘semplice’, a questo punto lo avrai capito. Al contrario, il Nocciòlo richiede osservazione costante: da questa alle altre stagioni, dialogando con ogni passaggio di luce e temperature diverse.
Perciò ci sono una serie di ‘saperi’ che vengono passati di padre in figlio: evolvono, sì, come deve progredire ogni competenza agraria; ma restano necessariamente anche ancorati a ciò che si è sedimentato nei secoli: pronto a riemergere prima e durante e dopo ogni nuovo raccolto.
Le novità e gli imprevisti, dentro a ciascun noccioleto, restano stretti abbracciati all’esperienza, alla lettura delle nuvole e dei fili d’erba.
Si sa, per esempio, che con l’aumento delle temperature tra aprile e giugno si rinnova ogni anno un grande pericolo: gli acari (Phytoptus avellanae), che abbandonano le vecchie galle e si spostano verso le nuove gemme. È un momento molto delicato, da monitorare con attenzione quasi maniacale. Guarderai allora ogni pianta, di filare in filare, semmai il germoglio si fosse deformato o ingrossato malamente.
I segnali che lancia la natura, anche tra le colline dolcissime della Tuscia, sono importanti. Una giovane pianta può avere bisogno di un punto d’innesto ben calibrato per evitarle d’inselvatichire… E poi, sempre in questa stagione di fioriture e di promesse, la propagazione non va dimenticata. Semplice o per separazione, deciderai sempre tu come procedere.
Un lavoro che tiene insieme paesaggio e comunità
Ancora una volta siamo entrati in questi luoghi. Stavolta l’abbiamo fatto, forse, con un tono un filo più pratico. Tuttavia sai che qui ci preme sempre andare anche oltre: intrecciare con te dei discorsi che dal profilo dei campi coltivati o dei giardini (un Nocciòlo, sì, sta bene anche in giardino!) si possano alzare in volo un po’ come un drone. Per fotografare l’insieme: i colori della terra sotto i movimenti del cielo, il disegno della società e delle sue generazioni, le onde dell’economia locale e delle sue decisioni.
In quest’ottica, i Nocciòli fanno tanto parlare ancora di loro: a distanza di più di duemila anni, per qualcuno hanno invaso il territorio (un po’ troppo?) e per qualcun altro lo hanno salvato. La verità, probabilmente, sta un po’ in mezzo.
Così, dentro la poesia che inevitabilmente ci suscitano i Nocciòli che abbiamo visto crescere attorno a noi fin dall’infanzia, non possiamo tacerti che negli ultimi vent’anni la Tuscia ha cambiato volto. E quello che era un paesaggio agricolo diversificato – fatto di Ulivi, vigne e naturalmente noccioleti – si è progressivamente trasformato in una distesa sempre più uniforme, in effetti piuttosto dominata appunto dalla coltivazione intensiva della Corylus avellana.
Questa espansione è stata spesso spinta da logiche industriali e da promesse di redditività, legate soprattutto alla presenza di grandi attori della filiera. Ma il modello, nel tempo, ha mostrato le sue fragilità: dipendenza economica, perdita di biodiversità, pressione sulle risorse naturali e crescente instabilità produttiva.
Accanto a questo scenario, emergono però segnali diversi. C’è chi prova a ripensare il rapporto tra agricoltura e territorio, puntando su filiere più corte, qualità, trasformazione locale e pratiche più sostenibili. Prospettive interessanti, non trovi?!
Per questo la Tuscia oggi si trova davanti a una scelta: continuare lungo una strada che semplifica il paesaggio e concentra il valore altrove, oppure costruire un modello capace di tenere insieme produzione, identità e responsabilità verso il territorio. Noi seguiamo questo ripensamento, da vicino e con partecipazione. Se possibile, cerchiamo di non correre a facili conclusioni né di incriminare solo una parte.
Non è un nostro obiettivo, qui e ora, prendere una posizione. Ma restituire complessità, questo sì che ci piace.
Intorno a La Trinità: osservare il lavoro, attraversare il paesaggio
La nostra famiglia e la nostra azienda, comunque, devono molto anche ai Nocciòli. Basta guardare l’archivio per rendersene conto: i campi attorno, il paesaggio che interseca lo spazio agricolo e i luoghi da noi vissuti da sempre. Così continuiamo ad osservare, con riconoscenza ma anche con saggia critica, le evoluzioni di questa ‘presenza botanica’.
Non crediamo che il Nocciòlo scomparirà mai da questa terra: non sarebbe né giusto né bello. Ma speriamo che l’equilibrio (un po’ quello che riuscivano ad avere meglio di noi gli antichi…) torni sovrano. Pronto ad indicare le modalità migliori: più rispettose della natura e dell’uomo stesso. Sotto l’ombra di un bella pianta carica di frutti.
In conclusione: una stagione che prepara ciò che verrà
Negli ultimi anni, il paesaggio della Tuscia è cambiato molto, e i noccioleti ne sono diventati uno degli elementi più riconoscibili. Un paesaggio diffuso, che racconta non solo un lavoro agricolo, ma anche le trasformazioni in atto nel territorio.
La primavera continua comunque – come sempre ha fatto – ad essere una sorta di ‘passaggio di consegne’ tra ciò che è stato e ciò che sarà: rappresenta (come deve) una fase sottesa al visibile, ma decisiva. Oggi si costruisce il raccolto futuro. Con occhio sempre attento alla terra, ai rami, ai filari, ai raggi di sole.
👉 Il luogo continua
Ogni stagione lascia un segno.
Ogni passaggio costruisce qualcosa che resta.
La Trinità è anche questo: un intreccio di storie, lavoro e paesaggio che cambia nel tempo, senza mai perdere il suo senso.
Se ti è capitato di attraversare questi spazi — anche solo per un momento — allora, in qualche modo, ne fai già parte.